Pubblicato il: 22.11.2018

Le interviste di DailyBasket

Marco Portannese, l’amore per il basket ogni oltre difficoltà

Paulo Coelho diceva “Non ti arrendere mai. Di solito è l’ultima chiave del mazzo quella che apre la porta”. Per qualcuno è così, per altri si aprono tutte le porte subito e poi si richiudono in men che non si dica. Ogni percorso è differente, ma il non arrendersi, anche quando le circostanze suggerirebbero di farlo, è il segreto di chi ha il fuoco dentro e lotta contro qualsiasi cosa per realizzare i propri sogni. Se hai il fuoco dentro come Marco Portannese, la parola “resa” difficilmente potrebbe fare capolino in qualsiasi dizionario. Uno dei pochi siciliani in grado di entrare nel giro delle Nazionali.

Nonostante il Sud e la Sicilia siano storicamente terre passionali, dal punto di vista cestistico il divario con il Nord, a livello di strutture e di opportunità per chi vuole diventare un giocatore di basket professionista è ancora tanto, troppo ampio. È per questo, Marco, che te ne sei andato quando eri solo un adolescente? “La Sicilia da sempre ha una buona cultura cestistica (Trapani, Ragusa, Palermo, Capo d’Orlando lo confermano). Quando sono cresciuto e volevo migliorare, però, ho dovuto per forza fare un passo del genere, visto che a quei tempi in Sicilia non c’era grande cura per i settori giovanili. Per potermi mettere in gioco e fare un passo in avanti dovevo lasciare la mia terra per andare nel Centro-Nord Italia. Così, a 16 anni ho lasciato tutto e mi sono trasferito da solo in uno dei migliori settori giovanili italiani, quello del Don Bosco Livorno”.

Nel 2018, se un adolescente siciliano volesse sfondare nel mondo del basket, dovrebbe rifare la stessa scelta? “Gli investimenti sono cresciuti rispetto a 10-15 anni fa, ma non so se possa essere sufficiente. Se si presentasse la possibilità di andare in un settore giovanile come quello di Bologna o Treviso, io non avrei dubbi. A quei livelli c’è anche più visibilità: nessuno, ormai, prende in aereo per andare a vedere un ragazzo promettente in Sicilia”.

Quando ti sei reso conto che il basket avrebbe potuto diventare un lavoro? “A 17-18 anni, quando confrontandomi con i ragazzi livornesi e, più in generale con la Toscana, mi accorgevo che potevo starci benissimo a quei livelli. Tra le squadre siciliane e quelle del centro-nord la differenza era enorme. Dopo due anni a Livorno sono andato a Siena (sempre nelle giovanili, ndr) e ho vinto lo scudetto: lì mi sono accorto che quello sarebbe stato il mio lavoro”.

Dalla Sicilia a Livorno non sono proprio due passi: cosa ti è mancato di più in quegli anni? “Mi mancava tantissimo il legame con tutta la mia famiglia, a cui sono molto legato. Ogni weekend gli altri ragazzi tornavano dai propri genitori e io non potevo perché c’era troppa distanza. Tra allenamenti, partite e altri motivi, poi, è stato difficile legare anche con i miei coetanei”.

Sacrifici che sono valsi la pena, però. “L’amore per il basket, la voglia di emergere: avevo un fuoco dentro (che forse prima era ancora più grande di ora) che mi ha portato a sacrificarmi ogni giorno. Dovevo dare un senso alla mia decisione di andare via da casa”.

E il destino ti ha riservato un segno che forse ti ha fatto capire ancora di più che quella era la via giusta: nel 2007 l’esordio in Serie A con la Montepaschi Siena proprio contro una squadra siciliana, Capo d’Orlando. “Mi ricordo ancora la data: 30 dicembre 2007. A turno giravamo come dodicesimi in quella squadra di fenomeni: quando Pianigiani mi ha messo in campo davanti a tantissime persone che conoscevo, è stata una delle emozioni più forti della mia vita”.

Poi il passaggio dal settore giovanile (inframezzato da un’esperienza a Montegranaro) alla Virtus Siena, in A dilettanti, con cui hai prodotto ottime cifre, vincendo pure la Coppa Italia, poi hai giocato con la PMS Torino confermandoti ad alti livelli: che ricordo hai di quegli anni? “Ricordi davvero belli: alla Virtus Siena ci divertivamo, eravamo sempre insieme e giocavamo tanto. Segnavo con continuità e avevamo grande entusiasmo: le società semi professionistiche, in quel periodo, erano delle vere e proprie famiglie. Lì ho passato uno dei periodi più belli della mia vita”.

Da Torino, sei tornato di nuovo nella tua Sicilia, a Capo d’Orlando, dove hai trovato il primo Pozzecco allenatore. “Pozzecco è un idolo. Il primo anno era anche il suo primo nelle vesti di coach: mi ricordo che si faceva aiutare molto dal vice, ma si intravedeva un talento che lo rendeva diverso dagli altri, anche in quei panni. Nella stagione seguente fece un enorme miglioramento tecnico-tattico che mi ha lasciato sbalordito. Basti pensare che uno dei tanti consigli tecnici che mi ha dato, l’ho sentito proprio la settimana scorsa dalla voce di Larry Brown, uno che non ha certo bisogno di presentazioni”.

Se dovessimo cercare un neo nella tua carriera, probabilmente i rimpianti maggiori arrivano da Bologna, sponda Virtus. “Avevo fatto una grande stagione in Legadue: scelsi Bologna proprio perché era una piazza in cui mi sarei potuto finalmente lanciare ad altissimi livelli. Eppure, non ho mai avuto un’opportunità per poter dimostrare il mio valore: lì ho perso praticamente un anno, visto che poi in A1 non potevo essere ceduto. Sono finito a Latina, nella vecchia B1, dove sono stato bene, ma pensando che sarei potuto finire a Sassari proprio nell’anno in cui ha vinto lo scudetto, i rimpianti e la rabbia sono aumentati”.

Quel numero 0 sulla maglietta a Scafati l’anno dopo non era casuale, quindi. “Ho scelto quel numero come se volessi ripartire da zero e dimostrare di nuovo a tutti il mio valore. Ho dimostrato di poter essere nuovamente protagonista (MVP anche della Coppa Italia di Legadue, ndr) e ne sono stato più che felice”.

Tanti ragazzi italiani a volte non se la sentono nemmeno fare il salto dalla A2 alla A, come mai? “Dalla mia esperienza posso dire che i giocatori protagonisti in Serie A2, con lo spazio necessario, hanno tutte le carte in regole per poter giocar bene anche in serie A. È vero che c’è una differenza marcata a livello fisico, ma quello è un aspetto compensabile con altre doti. Certo, è un discorso molto complicato anche per gli allenatori, visto che quello che conta alla fine sono i risultati e il loro lavoro dipende sostanzialmente da quello.”

Da membro dei consiglieri della Giba, hai un pensiero ben preciso in merito? “In questo momento generazionale, a dispetto di quello che si pensa, gli italiani possono giocare e possono essere protagonisti. Meglio costruire l’ossatura della squadra su ragazzi che arrivano dal settore giovanile e a cui i tifosi possono affezionarsi di più. Quando si allenano e giocano in un ambiente che dà loro fiducia, i risultati, poi, arrivano”.

Adesso sei arrivato a Torino dopo l’esperienza che ti ha lanciato in Serie A con Cremona. “Sono felicissimo di essere arrivato a Torino, un’occasione che si è creata nel giro di pochi giorni. A Cremona non stavo più giocando e, onestamente, non capisco il motivo. Pensavo in questa stagione di potermi guadagnare più spazio rispetto allo scorso anno, invece non è stato così. A Torino avevo lasciato il cuore sette anni fa ed è una società ambiziosa: per me è stato un grande passo in avanti. Io mi metto sempre al servizio della squadra: quando hanno bisogno di me, sanno che possono contare sul mio apporto di punti, intensità ed energia”.

A proposito del tuo apporto, cosa devi migliorare in campo? “C’è sempre da migliorare, soprattutto nelle letture in campo. Bisogna guardare tante partite ed essere sempre lì con la testa. Concentrazione e attenzione ai dettagli, anche guardando i compagni, apprendendo ogni giorno qualcosa anche da loro. Solo così si può crescere veramente tanto”.

Ti senti un giocatore più maturo, vero? “Negli ultimi due anni sono migliorato tantissimo nella consapevolezza mentale: ho una maggiore convinzione nei miei mezzi e i risultati stanno arrivando. È davvero una questione di maturità: ormai, in Serie A sono i dettagli che fanno la differenza. Quello che conta è quanto si riesce a dare alla squadra: l’ho imparato grazie all’esempio di Soragna, Basile e Nicevic a Capo d’Orlando, campioni che se ne fregavano delle statistiche, a cui interessava solo fare sempre la scelta giusta per portare la squadra a vincere”.

“Sai, qualche mese fa ho fatto un conteggio e ne sono rimasto piuttosto basito” – Dimmi pure – “I giocatori italiani in Serie A sono intorno alla cinquantina: questo fa capire quanto sia difficile e complicato, al giorno d’oggi, arrivare a giocare a questo livello”.

A proposito di Italia e di italiani, Marco ha scelto di seguire le sue origini svizzere (dalla parte materna): che realtà hai trovato quando ti sei approcciato per la prima volta alla nazionale elvetica? Che limiti può avere un movimento cestistico del genere? “È un ambiente completamente nuovo: l’aspetto positivo è la grande accoglienza che mi hanno riservato tutti, a partire dai compagni fino a tutto lo staff tecnico. Ho fatto questa scelta in primis perché amo la pallacanestro e sentivo l’esigenza di giocare anche in estate e durante la pausa per le nazionali. Poi ho scelto questa strada per portare avanti la tradizione di famiglia, visto che mia nonna è nata e cresciuta lì. Quando si è aperta questa possibilità l’ho colta al volo: in Svizzera c’è tanta voglia di fare e di accrescere il movimento e lavorando nel modo giusto si possono raggiungere buoni risultati. Il problema principale è che in Svizzera il movimento cestistico non viene riconosciuto come un vero e proprio business ed è questo, molto probabilmente, il freno principale allo sviluppo”.

Chi conosce Marco sa perfettamente che tra social e un buon libro sceglierebbe sempre la seconda opzione. “Tutto ciò che leggi rimane dentro di te e riesci spesso a scovare quelle piccole cose che aiutano a migliorare anche come persona. Ultimamente mi sono spostato più su libri che ti possono lasciare qualcosa, anche a livello spirituale”.

Tra Cremona, la Svizzera e Torino, sei riuscito a trovare finalmente qualcuno da sfidare a scacchi (grande passione di Marco, ndr)? “A Cremona andavo due volte a settimana in un circolo: era difficile, altrimenti, trovare qualcuno sufficientemente bravo. Con i compagni di squadra è difficile, Sanders probabilmente avrebbe potuto essere un degno avversario, ma non abbiamo avuto tempo e modo di giocare. A Torino, invece, potrei sfidare Wilson”.

La fase del “dopo” aver appeso le scarpe al chiodo spaventa tanti giocatori, eppure non sembra essere il tuo caso, vero? “Quando ero ventenne, senza fare nomi, giocavo in una squadra con diversi over-30 e quando si entrava nell’argomento non solo non sapevano cosa rispondere, ma il loro umore cambiava radicalmente. Questo aspetto, oltre all’insegnamento di mio padre, mi ha colpito molto e mi ha fatto riflettere. Allora ho deciso di investire nel settore immobiliare: adesso ho la serenità di dedicarmi al basket senza pensare a quello che potrà essere il “dopo”. Sono molto attivo e curioso e questo poi porta ad aprirmi altre porte anche in merito a queste opportunità extra-cestistiche”.

Pubblicato il: 22.11.2018

Le interviste di DailyBasket

Marco Portannese, l’amore per il basket ogni oltre difficoltà

Paulo Coelho diceva “Non ti arrendere mai. Di solito è l’ultima chiave del mazzo quella che apre la porta”. Per qualcuno è così, per altri si aprono tutte le porte subito e poi si richiudono in men che non si dica. Ogni percorso è differente, ma il non arrendersi, anche quando le circostanze suggerirebbero di farlo, è il segreto di chi ha il fuoco dentro e lotta contro qualsiasi cosa per realizzare i propri sogni. Se hai il fuoco dentro come Marco Portannese, la parola “resa” difficilmente potrebbe fare capolino in qualsiasi dizionario. Uno dei pochi siciliani in grado di entrare nel giro delle Nazionali.
Nonostante il Sud e la Sicilia siano storicamente terre passionali, dal punto di vista cestistico il divario con il Nord, a livello di strutture e di opportunità per chi vuole diventare un giocatore di basket professionista è ancora tanto, troppo ampio. È per questo, Marco, che te ne sei andato quando eri solo un adolescente? “La Sicilia da sempre ha una buona cultura cestistica (Trapani, Ragusa, Palermo, Capo d’Orlando lo confermano). Quando sono cresciuto e volevo migliorare, però, ho dovuto per forza fare un passo del genere, visto che a quei tempi in Sicilia non c’era grande cura per i settori giovanili. Per potermi mettere in gioco e fare un passo in avanti dovevo lasciare la mia terra per andare nel Centro-Nord Italia. Così, a 16 anni ho lasciato tutto e mi sono trasferito da solo in uno dei migliori settori giovanili italiani, quello del Don Bosco Livorno”.

Nel 2018, se un adolescente siciliano volesse sfondare nel mondo del basket, dovrebbe rifare la stessa scelta? “Gli investimenti sono cresciuti rispetto a 10-15 anni fa, ma non so se possa essere sufficiente. Se si presentasse la possibilità di andare in un settore giovanile come quello di Bologna o Treviso, io non avrei dubbi. A quei livelli c’è anche più visibilità: nessuno, ormai, prende in aereo per andare a vedere un ragazzo promettente in Sicilia”.

Quando ti sei reso conto che il basket avrebbe potuto diventare un lavoro? “A 17-18 anni, quando confrontandomi con i ragazzi livornesi e, più in generale con la Toscana, mi accorgevo che potevo starci benissimo a quei livelli. Tra le squadre siciliane e quelle del centro-nord la differenza era enorme. Dopo due anni a Livorno sono andato a Siena (sempre nelle giovanili, ndr) e ho vinto lo scudetto: lì mi sono accorto che quello sarebbe stato il mio lavoro”.

Dalla Sicilia a Livorno non sono proprio due passi: cosa ti è mancato di più in quegli anni? “Mi mancava tantissimo il legame con tutta la mia famiglia, a cui sono molto legato. Ogni weekend gli altri ragazzi tornavano dai propri genitori e io non potevo perché c’era troppa distanza. Tra allenamenti, partite e altri motivi, poi, è stato difficile legare anche con i miei coetanei”.

Sacrifici che sono valsi la pena, però. “L’amore per il basket, la voglia di emergere: avevo un fuoco dentro (che forse prima era ancora più grande di ora) che mi ha portato a sacrificarmi ogni giorno. Dovevo dare un senso alla mia decisione di andare via da casa”.

E il destino ti ha riservato un segno che forse ti ha fatto capire ancora di più che quella era la via giusta: nel 2007 l’esordio in Serie A con la Montepaschi Siena proprio contro una squadra siciliana, Capo d’Orlando. “Mi ricordo ancora la data: 30 dicembre 2007. A turno giravamo come dodicesimi in quella squadra di fenomeni: quando Pianigiani mi ha messo in campo davanti a tantissime persone che conoscevo, è stata una delle emozioni più forti della mia vita”.

Poi il passaggio dal settore giovanile (inframezzato da un’esperienza a Montegranaro) alla Virtus Siena, in A dilettanti, con cui hai prodotto ottime cifre, vincendo pure la Coppa Italia, poi hai giocato con la PMS Torino confermandoti ad alti livelli: che ricordo hai di quegli anni? “Ricordi davvero belli: alla Virtus Siena ci divertivamo, eravamo sempre insieme e giocavamo tanto. Segnavo con continuità e avevamo grande entusiasmo: le società semi professionistiche, in quel periodo, erano delle vere e proprie famiglie. Lì ho passato uno dei periodi più belli della mia vita”.

Da Torino, sei tornato di nuovo nella tua Sicilia, a Capo d’Orlando, dove hai trovato il primo Pozzecco allenatore. “Pozzecco è un idolo. Il primo anno era anche il suo primo nelle vesti di coach: mi ricordo che si faceva aiutare molto dal vice, ma si intravedeva un talento che lo rendeva diverso dagli altri, anche in quei panni. Nella stagione seguente fece un enorme miglioramento tecnico-tattico che mi ha lasciato sbalordito. Basti pensare che uno dei tanti consigli tecnici che mi ha dato, l’ho sentito proprio la settimana scorsa dalla voce di Larry Brown, uno che non ha certo bisogno di presentazioni”.

Se dovessimo cercare un neo nella tua carriera, probabilmente i rimpianti maggiori arrivano da Bologna, sponda Virtus. “Avevo fatto una grande stagione in Legadue: scelsi Bologna proprio perché era una piazza in cui mi sarei potuto finalmente lanciare ad altissimi livelli. Eppure, non ho mai avuto un’opportunità per poter dimostrare il mio valore: lì ho perso praticamente un anno, visto che poi in A1 non potevo essere ceduto. Sono finito a Latina, nella vecchia B1, dove sono stato bene, ma pensando che sarei potuto finire a Sassari proprio nell’anno in cui ha vinto lo scudetto, i rimpianti e la rabbia sono aumentati”.

Quel numero 0 sulla maglietta a Scafati l’anno dopo non era casuale, quindi. “Ho scelto quel numero come se volessi ripartire da zero e dimostrare di nuovo a tutti il mio valore. Ho dimostrato di poter essere nuovamente protagonista (MVP anche della Coppa Italia di Legadue, ndr) e ne sono stato più che felice”.

Tanti ragazzi italiani a volte non se la sentono nemmeno fare il salto dalla A2 alla A, come mai? “Dalla mia esperienza posso dire che i giocatori protagonisti in Serie A2, con lo spazio necessario, hanno tutte le carte in regole per poter giocar bene anche in serie A. È vero che c’è una differenza marcata a livello fisico, ma quello è un aspetto compensabile con altre doti. Certo, è un discorso molto complicato anche per gli allenatori, visto che quello che conta alla fine sono i risultati e il loro lavoro dipende sostanzialmente da quello.”

Da membro dei consiglieri della Giba, hai un pensiero ben preciso in merito? “In questo momento generazionale, a dispetto di quello che si pensa, gli italiani possono giocare e possono essere protagonisti. Meglio costruire l’ossatura della squadra su ragazzi che arrivano dal settore giovanile e a cui i tifosi possono affezionarsi di più. Quando si allenano e giocano in un ambiente che dà loro fiducia, i risultati, poi, arrivano”.

Adesso sei arrivato a Torino dopo l’esperienza che ti ha lanciato in Serie A con Cremona. “Sono felicissimo di essere arrivato a Torino, un’occasione che si è creata nel giro di pochi giorni. A Cremona non stavo più giocando e, onestamente, non capisco il motivo. Pensavo in questa stagione di potermi guadagnare più spazio rispetto allo scorso anno, invece non è stato così. A Torino avevo lasciato il cuore sette anni fa ed è una società ambiziosa: per me è stato un grande passo in avanti. Io mi metto sempre al servizio della squadra: quando hanno bisogno di me, sanno che possono contare sul mio apporto di punti, intensità ed energia”.

A proposito del tuo apporto, cosa devi migliorare in campo? “C’è sempre da migliorare, soprattutto nelle letture in campo. Bisogna guardare tante partite ed essere sempre lì con la testa. Concentrazione e attenzione ai dettagli, anche guardando i compagni, apprendendo ogni giorno qualcosa anche da loro. Solo così si può crescere veramente tanto”.

Ti senti un giocatore più maturo, vero? “Negli ultimi due anni sono migliorato tantissimo nella consapevolezza mentale: ho una maggiore convinzione nei miei mezzi e i risultati stanno arrivando. È davvero una questione di maturità: ormai, in Serie A sono i dettagli che fanno la differenza. Quello che conta è quanto si riesce a dare alla squadra: l’ho imparato grazie all’esempio di Soragna, Basile e Nicevic a Capo d’Orlando, campioni che se ne fregavano delle statistiche, a cui interessava solo fare sempre la scelta giusta per portare la squadra a vincere”.

“Sai, qualche mese fa ho fatto un conteggio e ne sono rimasto piuttosto basito” – Dimmi pure – “I giocatori italiani in Serie A sono intorno alla cinquantina: questo fa capire quanto sia difficile e complicato, al giorno d’oggi, arrivare a giocare a questo livello”.

A proposito di Italia e di italiani, Marco ha scelto di seguire le sue origini svizzere (dalla parte materna): che realtà hai trovato quando ti sei approcciato per la prima volta alla nazionale elvetica? Che limiti può avere un movimento cestistico del genere? “È un ambiente completamente nuovo: l’aspetto positivo è la grande accoglienza che mi hanno riservato tutti, a partire dai compagni fino a tutto lo staff tecnico. Ho fatto questa scelta in primis perché amo la pallacanestro e sentivo l’esigenza di giocare anche in estate e durante la pausa per le nazionali. Poi ho scelto questa strada per portare avanti la tradizione di famiglia, visto che mia nonna è nata e cresciuta lì. Quando si è aperta questa possibilità l’ho colta al volo: in Svizzera c’è tanta voglia di fare e di accrescere il movimento e lavorando nel modo giusto si possono raggiungere buoni risultati. Il problema principale è che in Svizzera il movimento cestistico non viene riconosciuto come un vero e proprio business ed è questo, molto probabilmente, il freno principale allo sviluppo”.

Chi conosce Marco sa perfettamente che tra social e un buon libro sceglierebbe sempre la seconda opzione. “Tutto ciò che leggi rimane dentro di te e riesci spesso a scovare quelle piccole cose che aiutano a migliorare anche come persona. Ultimamente mi sono spostato più su libri che ti possono lasciare qualcosa, anche a livello spirituale”.

Tra Cremona, la Svizzera e Torino, sei riuscito a trovare finalmente qualcuno da sfidare a scacchi (grande passione di Marco, ndr)? “A Cremona andavo due volte a settimana in un circolo: era difficile, altrimenti, trovare qualcuno sufficientemente bravo. Con i compagni di squadra è difficile, Sanders probabilmente avrebbe potuto essere un degno avversario, ma non abbiamo avuto tempo e modo di giocare. A Torino, invece, potrei sfidare Wilson”.

La fase del “dopo” aver appeso le scarpe al chiodo spaventa tanti giocatori, eppure non sembra essere il tuo caso, vero? “Quando ero ventenne, senza fare nomi, giocavo in una squadra con diversi over-30 e quando si entrava nell’argomento non solo non sapevano cosa rispondere, ma il loro umore cambiava radicalmente. Questo aspetto, oltre all’insegnamento di mio padre, mi ha colpito molto e mi ha fatto riflettere. Allora ho deciso di investire nel settore immobiliare: adesso ho la serenità di dedicarmi al basket senza pensare a quello che potrà essere il “dopo”. Sono molto attivo e curioso e questo poi porta ad aprirmi altre porte anche in merito a queste opportunità extra-cestistiche”.

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